Pietraroja

Pietraroja (o Pietraroia) è un comune italiano di 618 abitanti della provincia di Benevento in Campania.

Geografia fisica

Territorio ed idrografia

Pietraroja sorge sulle pendici della parte orientale della catena del Matese, inclusa nell’Appennino meridionale. È il secondo paese della provincia per altitudine media (818 m s.l.m.); l’altitudine minima è di 450 m nella località Casolla, la massima di 1823 m sulla cima del monte Mutria (Mùtigliu in dialetto locale).

Il costone orientale del monte Mutria, oasi di protezione naturale, segna il confine settentrionale del territorio comunale con quello di Guardiaregia (CB) mentre il passo di Santa Crocella collega il paese con Sepino.

Sito al confine con il Molise, dista circa 50 km dal capoluogo Benevento. È una località di montagna, circondata da boschi ricchi di sorgenti.

Fra il monte Mutria e il passo di Santa Crocella, in località Tre Valloni, si trovano le sorgenti del Titerno, le cui acque si uniscono presto a quelle del torrente Acqua Calda (Acqua càura in dialetto) e, costeggiando il contrafforte del monte Mutria, scendono nella piana di Cusano Mutri, passando attraverso uno spettacolare canyon delimitato a sud dalla formazione calcarea della Civita (Cìuta), sul cui versante meridionale sorge il paese, e a nord dalla Civita di Cusano Mutri.

Dal monte Moschiaturo (Rufènza, 1.470 m s.l.m.) nasce l’altro principale torrente, il Torbido (Trovele), che attraversa le contrade Métole e Potéte ad est e a sud di Pietraroja e sfocia nella piana di Civitella Licinio, in cui confluisce nel Titerno.

Clima

Il clima di Pietraroja in estate è raramente afoso essendo per lo più fresco all’ombra. Essendovi un forte dislivello nel suo territorio, nell’ambito di questo si hanno differenze di temperature notevoli, specie in inverno. In quest’ultima stagione il freddo è sensibile, specie in presenza della bora (vòria), il vento settentrionale. È immancabile la neve, specie in montagna.

Storia

Pietraroja nacque come centro dei Sanniti Pentri, che abitavano la zona appenninica centro-meridionale compresa fra le Mainarde e il Matese, e posero la loro capitale a Bojano. L’abitato attuale non coincide con il villaggio sannita, in quanto il paese è attualmente alla sua quarta edificazione, posteriore al terremoto del 5 giugno 1688. Certamente gli abitanti del villaggio furono coinvolti nelle Guerre sannitiche, nonché in quelle sociali contro Roma, subendo il genocidio dei Pentri perpetrato da Lucio Cornelio Silla. La dominazione romana e la latinizzazione del Sannio hanno fatto sì che nella parlata locale si perdesse ogni traccia della lingua osca parlata in precedenza dai Sanniti.

Dopo quella romana, Pietraroja subì le varie dominazioni del Sannio (longobardi, normanni, svevi, angioini, aragonesi, spagnoli). Dopo il dominio longobardo nel gastaldato di Telese, facendo parte, dal XII secolo al XIV secolo, del sotto-feudo dei Sanframondo, potente casata di origine normanna. Il capostipite di questa, Raone di San Flaymundo (XI-XII secolo), ottenne dal re normanno Ruggero II di Sicilia, nella sua conquista dell’Italia meridionale, i possedimenti dei vassalli del conte Rainulfo III di Alife, suo cognato, che aveva tentato di resistergli insieme ai baroni meridionali. Il riferimento al conte Raone si trova ancora nelle vecchie canzoni di Pietraroja per indicare persone superbe.

I possedimenti suddetti comprendevano, fra l’altro, i territori di Pietraroja, Cerreto Sannita, Cusano Mutri, Guardia Sanframondi, Limatola, San Lorenzo Maggiore, Massa, Faicchio, Ponte nonché Dugenta in Terra di Lavoro e Bojano e San Giuliano del Sannio in Molise. I Sanframondo li mantennero anche sotto i re svevi e angioini. Pietro Sanframondo detenne il titolo di barone di Pietraroja.

Ciro, il fossile di dinosauro rinvenuto a Pietraroja

Nel XV secolo (periodo aragonese) Pietraroja passò ai Marzano: nel 1401 era posseduta da Goffredo di Marzano, conte di Alife. Nella seconda metà dello stesso secolo il re Ferrante d’Aragona conferì questo titolo, con il possesso di Pietraroscia (l’attuale Pietraroja), Chiusano (ora Cusano Mutri) ed altri comuni ad Onorato Gaetani. Successivamente Pietraroja passò ai Carafa, i cui possedimenti si estendevano anche in Molise; essi la tennero fino all’abolizione della feudalità promulgata nel 1806 da Giuseppe Bonaparte all’instaurazione del regno francese a Napoli.

Dopo l’annessione del Regno di Napoli a quello d’Italia, il paese è stato un centro di reazione borbonica. Con Guardiaregia, Sepino, Campobasso, Cusano Mutri fu una delle sedi del brigantaggio sul massiccio del Matese. Di Pietraroja viene ricordato soprattutto Gabriele Varrone, capo della banda omonima, noto per le incursioni (1861) a Civitella Licinio, frazione di Cusano Mutri, e alla stessa Pietraroja contro i posti della guardia nazionale. La base dei briganti era l’imprendibile grotta dei Briganti o delle Fate, a cui si poteva accedere solo calandosi con funi. Nel dicembre 1863 la guardia nazionale pose l’assedio ai briganti rifugiati nella grotta suddetta e li convinse ad uscire facendo salva la vita in cambio. La promessa non fu mantenuta ed essi furono fucilati nella località Aria della Corte (Aria corta), situata dietro l’edificio comunale.

Nel periodo unitario Pietraroja ha visto una forte emigrazione, specie negli Stati Uniti. Dopo la seconda guerra mondiale il flusso si è spostato prevalentemente nel nord e nel centro Italia e in Europa (Svizzera, Germania e Inghilterra). L’apertura di una cava di pietra in località Canale, peraltro chiusa successivamente, di una cava di argilla in località Saure, non più estratta per la qualità scadente, e di una di marmo colorato in localita Pesco Rosito, aperta ma mai entrata in funzione, non è servita a ridurre tali flussi.

Etimologia

Probabilmente il nome del paese deriva dal latino petra robia (rupe rossa), dall’equivalente spagnolo piedra roja o francese pierre rouge (pietra rossa, da cui l’arcaica denominazione di Pietraroscia, e di Petrerojge o Petra Rogia in documenti ecclesiali del XIV secolo) per la presenza di alcuni calcari di questo colore, dislocati sul costone orientale del monte Mutria, che la sovrasta. Un’altra etimologia, meno attendibile anche per motivi linguistici, potrebbe essere petra + rues o ruina (in latino rovina, crollo), che si riferirebbe alle frane ed ai vari sismi (anni 346, 848, 1125 e 1688) che hanno devastato Pietraroja.

Monumenti e luoghi di interesse

Il Parco Geopaleontologico

A Pietraroja si trova un importante parco geopaleontologico con relativo museo, il Paleolab, in cui si possono vedere reperti fossili di notevole importanza.

Particolarmente importante è stato il rinvenimento di un cucciolo di dinosauro, il primo in Italia, che conserva anche alcuni organi interni: il cucciolo è stato battezzato Ciro dai media, mentre la sua specie è stata denominata Scipionyx samniticus. Il ritrovamento di Ciro ha rivoluzionato la paleogeografia dell’Italia, precedentemente ritenuta sommersa durante l’era Mesozoica. Tra gli altri resti fossili rinvenuti a Pietraroja, da ricordare quelli di numerosi pesci (tra cui Belonostomus), rettili (Chometokadmon, Derasmosaurus) e anfibi (Celtedens).

La Chiesa di Santa Maria Assunta

Il monumento più importante è la chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta in piazza San Nicola, situata nella parte alta del paese. È stata eretta con elementi della precedente Chiesa di San Paolo della Pietraroja distrutta dal terremoto del 1688. Notevoli sono il portale romanico (XI secolo) sorretto ai due lati da una leonessa e un’orsa allattante due infanti e gli altorilievi.

Aree naturali

Il parco geopaleontologico.

Belvedere

La terrazza addossata al caratteristico cimitero, situato dove sorgeva Pietraroja prima del terremoto del 1688, permette di ammirare un incantevole panorama a 360 gradi sul territorio: i monti Mutria e Moschiaturo, la vallata di Cusano Mutri, la montagna di Solopaca e finanche il Vesuvio nei giorni più limpidi. Sono ancora visibili resti di costruzioni del vecchio paese distrutto dal terremoto.

Un’altra interessante escursione per le vedute spettacolari è la circuitazione dei bordi della tavola calcarea della Civita. Partendo dal quartiere Castello, si può visitare anche la bocca del profondo inghiottitoio carsico chiamato il Trabbucco.

Sulla strada per Sepino

Interessante è la visita alla impressionante forra (in località Rave) a monte della fontana Stritto (situata nel territorio di Cusano Mutri) scavata per milioni di anni dal Titerno; in essa si trova l’inaccessibile grotta dei Briganti o grotta delle Fate. Il punto di osservazione si può raggiungere facilmente dalla strada comunale asfaltata nella località Canale, appena fuori Pietraroja in direzione di Sepino, dove bisogna girare sulla sinistra e proseguire verso la località Ariòla, sotto il massiccio roccioso su cui si trova la Civita.

Da non mancare è il valico di Santa Crocella, sella montana con paesaggio di stupende faggete, tra il monte Tre Confini (1.419 m s.l.m.), vicino alle Palummàre (Palombaio, porzione orientale del Monte Mutria) e il monte Moschiaturo. Il passo segna il confine tra i Comuni di Pietraroja e Sepino, nonché tra Campania e Molise.

Sulla stessa strada, circa 1 km prima di arrivare al passo di Santa Crocella, si può visitare, girando sulla sinistra, la località Pesco Rosito (Péscu Rusìnu) da cui si estraeva la pietra rossa che ha dato il nome al paese. Da qui si può anche effettuare la scalata alla cima delle Palummàre o andare nel bosco della Torta, confinante con Campitello di Guardiaregia (CB).

Dalla sella di Santa Crocella, prima del bosco di faggi, per gli escursionisti anche non professionisti, è agevole la scalata al monte Moschiaturo, prendendo il largo sentiero alla destra della rotabile. Il sentiero si inerpica sulla sommità della montagna, dove si può ammirare un panorama incantevole sull’alto beneventano.

Il monte Mutria

Un’altra escursione imperdibile per i superbi panorami sulla Campania e sul Molise è quella sul monte Mutria (Mùtigliu). Oltre all’impegnativa scalata diretta centrale costeggiando la grossa formazione rocciosa circolare della Iummènta bianca, la via più agevole è di portarsi alla località sciistica Bocca della Selva (frazione di Cusano Mutri), situata ai piedi della parte occidentale del monte. Arrivati al rifugio i 3 Faggi, va presa la strada sulla destra che sale sul fianco sinistro del monte. Lasciato il mezzo di trasporto alla fine della strada vi è il sentiero, con la segnaletica del percorso da seguire, che porta alla cima centrale del monte.

Itinerari fluviali

Gli amanti del trekking possono percorrere il letto torrentizio del Titerno. Allo scopo bisogna recarsi nella località Campusciàru, raggiungibile dalla strada comunale che parte dalla località Canale. Dopo qualche decina di metri si svolta sulla destra e si prosegue per qualche kilometro fino al ponte sul torrente, in cui è possibile scendere. Si incontrano molte vasche naturali d’acqua corrente (gli ùrvi) di cui le maggiori sono quella della Pénta e quella dell’Ursu dopo un salto di molti metri. Quest’ultimo ùrvu non è raggiungibile dal letto del torrente, per cui bisogna fare il sentiero che segue sulla sinistra il torrente stesso.

Un altro percorso di trekking è la risalita del torrente Torbido (Trovele), affluente del Titerno che passa nel vallone sotto la frazione Potéte. Per raggiungerlo bisogna prendere la strada per Cusano Mutri e in località Vigne svoltare a sinistra e scendere per la strada delle Potete. Arrivati in basso, prima del ponte sul Torbido, si prende a salire il suo letto. È possibile vedere l’impianto che portava l’acqua alla vasca di pietra del vecchio mulino di Pietraroja e arrivare all’ùrvu chiamato Cùru de la Cucózza (fondo della zucca).

Fontane e sorgenti

Non si possono passare sotto silenzio le molte fontane di Pietraroja, dall’acqua fresca e leggera, perciò diuretica e disintossicante, mete di picnic. Trascurando quelle nel paese, le più vicine sono quella presso il museo geopaleontologico e quella in località Canale appena fuori Pietraroja, alla sinistra della strada per Sepino, dove sono presenti anche sedili.

Proseguendo per la stessa strada, dopo circa un kilometro sulla destra si incontra la fontana del Salice in località Cesamari, presso i fabbricati del posto. Ancora più avanti, dopo il secondo bivio, prendendo la strada per Morcone si incontra sulla sinistra la frequentata fontana della Radica (Ràrichia) che prende acqua dalla falda del monte Moschiaturo.

Queste fontane sono comodamente raggiungibili; volendo però godere di sorgenti immerse in boschi suggestivi bisogna fare anche dei tratti a piedi. Alle falde del monte Moschiaturo si trova la fontana Làu Pésula, immersa in una faggeta. Risalendolo, in località Valle Grande (Vàlle rànna) si trova la freddisima fontana chiamata Cursarégliu. Per arrivarvi, una volta raggiunte la vetta, si prende il comodo sentiero in direzione dei confini di Sepino camminando per circa un kilometro.

Interessante è anche la fontana Tasso, che si trova in località Filette (Fulètte); al primo bivio della strada per Sepino, sulla sinistra si prende la via che porta a Bocca della Selva. Dopo uno spiazzo attrezzato per picnic, sulla destra si trova il sentiero che porta alla fontana in mezzo alle piante fra cui i tassi. Proseguendo più a monte sulla sinistra si trova la fontana Paola, nel territorio di Cusano Mutri.

Cultura

Credenze popolari

Pietraroja è stata anche terra di maghi e janàre (streghe). Tra la fine dell’Ottocento e il Novecento a Pietraroja è vissuto un celebre mago, zi’ Pèppu Mamèo, un vecchio pastore, famoso in tutta la provincia.

Dal mago giungevano anche persone da fuori provincia ed addirittura da Roma; non riceveva compenso in moneta per i suoi responsi, ma solo in natura. Era epoca in cui si credeva nel mago o nella strega o janara, la quale trasformandosi in vento, penetrava nelle stanze di notte per ammaliamenti o malefici ai bambini.

Le vecchie credenze magiche di Pietraroja sono testimoniate da un altorilievo in via Torino, datato 1606, costituito da una faccia con lingua all’esterno per scongiuro con scritta in lingua magica sottostante. Per approfondire, vedi la voce Streghe di Benevento.

Curiosità

A Pietraroja è nato Clemente Petrillo (1493 – 1617), parroco locale noto per la sua longevità (124 anni). Scrisse una cronaca dei tredici vescovi telesini che ressero la sua parrocchia.

Economia

Le principali attività riguardano la pastorizia con produzione di eccezionale formaggio a lavorazione artigianale e agnelli, l’allevamento vaccino per produzione di caciocavalli (“casecavàgli” in dialetto, forme ovali di formaggio, legate a coppie con una corda e appese a pertiche orizzontali per la stagionatura) e carne e l’allevamento di suini a livello familiare da cui si ottengono, dopo essiccazione al freddo e al fumo e successiva stagionatura, i salumi e i prosciutti di cui va famosa Pietraroja. La bontà di quest’ultimo prodotto è nota attraverso i secoli, a questo proposito nel museo di Alife è conservato un manoscritto risalente al 29 maggio 1776 intestato “Fornitura di prigiotta (prosciutti) al duca di Laurenzana da Pietraroia”, cioè al duca Gaetani d’Aragona, signore del feudo di Piedimonte. Ancora Antonio Iamalio, parlando di Pietraroja nella sua opera sulla provincia di Benevento “Regina del Sannio” (1918), scrive:”Fiorente vi è principalmente l’allevamento dei suini, donde i rinomati prosciutti di Pietraroja”.

Considerevole è la produzione di fieno per il nutrimento del bestiame in stalla nel periodo invernale.

Ha una superficie agricola utilizzata in ettari (ha) 1797,99 (aggiornato all’anno 2000).

Cucina

Alimenti

La cucina di Pietraroja è fatta di semplici piatti anche perché alcuni di essi in passato erano preparati fuori casa da pastori che disponevano di pochi ma genuini prodotti. La maggior parte degli alimenti base erano prodotti dalle famiglie e solo pochissimi, non prodotti localmente, erano comprati, come il vino, l’olio di oliva, frutta e vegetali non coltivabili al clima di Pietraroja. L’olio di oliva in particolare veniva utilizzato solo per condire ortaggi e verdure crudi.Molti alimenti sono ed erano conservati per la provvista annuale. Recentemente il vino viene preparato, in propri locali attrezzati allo scopo, dopo aver comprato l’uva dai paesi vicini.

Il pane (“lu pànu” in dialetto) in passato era fatto solo in casa con farina integrale, da grano prodotto in proprio, a forma di pagnotte (“panèlle”) alte, di 2 chili di peso, di colore un po’scuro e non diventava raffermo fino ad una settimana. Tutte le case disponevano del forno a legna e dell’attrezzatura necessaria: la cassa di legno in cui preparare la pasta per il pane, i canestrini (“canistrégli”), rivestiti di tovaglioli, per la lievitazione delle pagnotte crude immessevi, la pala (“panàra) per infornare, la madia (“matàrca”) per conservare il pane di settimana in settimana. Nel forno erano preparate anche le pizze, i biscotti, i rustici di Pasqua (“canisciùni”), le dure “scagnozze” di farina e crusca per i cani.

Il condimento un tempo era principalmente costituito da sugna (“assùgna”) conservata in vescica (“vessìca”) di maiale o in vasi, e da lardo essiccato e salato, di un colore rosa e di un invitante profumo. Le fritture (di patate, peperoni, etc.) venivano fatte ordinariamente con la sugna senza problemi di colosterolo o di triliceridi in quanto si conduceva una vita di lavoro fisico in un clima montano. Le altre parti grasse del maiale e la pancetta (“panzetta”, “pettrìna”) erano usate per preparare varie pietanze dopo averla tagliate e sfritte. Nella sugna sono conservate anche le salsicce (“sausìcchie”) stagionate, che vengono consumate dopo averle sfritte.

In inverno si ammazza il maiale, cresciuto durante l’anno con alimenti genuini, e con la sua carne si preparano salsicce e soppressate (“supresciàte”), mentre con gli arti si preparano i famosi prosciutti (“prusùtti”) essiccati al freddo e al fumo e successivamente stagionati. Con questi ultimi e le soppressate si prepara l’affettato (” la fellàta “). L’affettato di prosciutto è fatto in pezzi di spessore non troppo sottile perché così è più gustoso. Anche la salsiccia secca si mangia a fette spesse (trìtegli de sausìcchia”).

Il formaggio (“lu càsu”) di latte intero di pecore, allevate esclusivamente su pascoli montani, è preparato in caciotte cilindriche (“masciòcche”) di 1-2 chili e conservato in dispensa su graticci di pertiche, dove si matura per assumere il suo caratteristico sapore forte. Il formaggio viene unto con olio per la sua conservazione e stagionatura. In caso di cattiva conservazione può essere attaccato da insetti, per cui nel formaggio si sviluppano le loro larve (“càsu pùntecu”) che lo digeriscono formando una pasta molle che, liberata dalle stesse, viene spalmata sul pane ed ha un sapore assai ricercato dai buongustai. Altro finissimo derivato del latte di pecora è la famosa ricotta di pecora messa nelle fiscelle (“fuscèlle”), una volta di giunco, ora di plastica, da gustare poco dopo la sua preparazione. Di latte vaccino intero sono fatti i caciocavalli (“casecavàgli”), una volta facilmente acquistabili per i notevoli allevamenti di mucche allora praticati. Si mangiano a fette tal quali o alla brace.

Ancora praticata è la preparazione di conserve, sciroppi, liquori, vegetali essiccati o sott’olio, ecc. La più praticata è la passata di pomodori bolliti che viene messa in bottiglie e successivamente tappata e pastorizzata per bollitura o per lento raffreddamento in casse di legno foderate di panno. Con la stessa tecnica si conservano i pomodori in pezzi, messi in barattoli di vetro a chiusura ermetica. Le zucche, coltivate principalmente per l’alimentazione dei maiali, sono essiccate al sole a fette dopo averle liberate di buccia e semi. Si ottengono anelli di questo ortaggio che sono messi ad essiccare su lunghe pertiche. In inverno sono consumate dopo averle rinvenute in acqua calda. Una specialità sono i funghi maggenghi locali sott’olio (“vìrni sott’ógliu”). Sono i funghi più prelibati di Pietraroja, per conservarli sono bolliti in aceto diluito e messi sott’olio.

[Fonte: Wikipedia]

Un pensiero su “Pietraroja

  1. E’ un paese affascinante, che visito sempre con piacere. La scelta del lastricato con pietra locale eseguito sulle strade e la piazza si intona molto bene con la tradizione delle aree montane del Matese, per questo mi complimento con gli amministratori per la scelta. Personalmente avevo un ricordo di strade quasi completamente sterrate e la visione delle stesse oggi ha cambiato completamente l’impatto del paesaggio, aggiungo solo un appunto riguardo il parco paleontologico che dovrebbe essere meglio segnalato e incaricare qualcuno almeno in estate di fare da guida. Originario di Morcone, vivo a Torino e ho apprezzato molto quando al primo centro di Eataly a Torino fu inserita una targa che riconosceva l’alta qualità del prosciutto di Pietraroia, complimenti.

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